5|03|2024 - Inutilità ed invisibilità.

Ultimamente la mia mente ha deciso di farmi concentrare su una questione che, personalmente, pensavo di aver superato. Succede sempre: quando penso di aver superato un problema ecco che questo si ripresenta in modo anche peggiore. 

Sentirsi inutili è forse la sensazione peggiore che si potrebbe mai trovare. Più ci penso e più credo che io sia solo in cerca di attenzioni, ma la verità è tutt’il contrario. Le persone mi sono vicino, ho delle amiche, parlo con loro e mi diverto giornalmente, eppure quella sensazione proprio non vuole abbandonarmi. Mi sono ormai convinta che in realtà tutta questa armonia esisterebbe tranquillamente anche senza di me, anzi, probabilmente sarebbe anche di più. Non c’è davvero qualcosa che mi trattiene qui, è come se io non influenzassi niente e nessuno. Anche quando mi viene detto il contrario io semplicemente non riesco a crederci. Potrei crederci magari per qualche ora, se va bene anche un giorno, eppure prima o poi quel pensiero ritorna ansillante. 

Non capisco cosa potrei fare per migliorare la situazione. Più mi interrogo più le risposte tendono ad alimentare le mie motivazioni. La solita tiritera del “anche se non sono fondamentale la mia esistenza ha senso” non regge più, non su di me. E fa male. Non voglio smettere di esistere ma allo stesso tempo voglio che le cose possano risolversi da sole. O che non siano mai esistite e che un giorno siano proprio loro ad andarsene. Ma so che, se non faccio nulla, niente potrà accadere davvero. Niente potrà cambiare. 

Vorrei piangere ma le lacrime mi si strozzano prima di uscire. Forse nemmeno loro vogliono far nulla. E’ come se fossi stanca di qualcosa senza sapere cosa. Stanca di esistere? Stanca di continuare ad andare avanti senza uno scopo? Stanca di fingere che tutto vada bene? Stanca di sopravvivere? Che poi, lo so, saranno solo problemi d’adolescenza, e magari gli adulti che ho sempre guardato male avevano da sempre ragione. Il vero problema, però, è che è tutto troppo pesante da gestire, ma fin troppo leggero da poter mostrare tristezza. 

Ho vissuto con la convinzione che ci sono persone in condizioni penose, che vivono in famiglie disfunzionali e senza dialogo, che attraversano periodi bui, o che, ancor peggio, soffrono, ed altre che vivono agiate in armonia. Non ho mai preso in considerazione l’esistenza di un terzo stato, un gruppo di persone che soffrono nonostante vivano in contesti agiati. Ed ora che mi ci trovo a far parte non so come agire né tanto meno come considerarmi. E questo mi genera un senso di colpa che non riesco a saziare in alcun modo, perché infondo io “sto bene”, perciò quali problemi posso mai avere? 

Non so come comportarmi. Non so con chi parlarne. Vorrei farlo, vorrei condividere ciò che mi turba con qualcuno, e forse lo farò, ma quello che so per certo è che mi sentirò così stupida se parlerò che semplicemente mozzerò la conversazione prima ancora che possa svilupparsi ancora di più. E’ come se l’aiuto mi spaventasse ancora di più dei disagi che provo, perché infondo nel dolore soltanto posso trovare conforto ed abitudine, le uniche sensazioni in grado di farmi star tranquilla.





Commenti

Post più popolari